Lettera di don Paolo ai parrocchiani

“Ecco io sono con voi tutti i giorni,

fino alla fine del mondo”

(Mt 28,20)

Nel momento della sofferenza, alle volte, sarebbe meglio tacere o, almeno, misurare molto le parole. Fra tutte le parole ce n’è una che spicca perché viva e si scrive con la “p” maiuscola: è la Parola di Dio! È questa che vorrei condividere.

Sabato 22 e Domenica 23 Febbraio il Vangelo ci diceva: “Siate perfetti come (siccome) è perfetto il Padre vostro celeste(cf. Mt 5,38-48). Ci veniva richiesto un cammino di “perfezione” sapendo che solo con la misericordia di Dio noi possiamo essere “perfezionati”. Ci veniva ricordato che non possiamo più camminare trascinandoci dietro vecchi rancori perché il cristiano non è colui che ama solo quelli che lo amano. Questo cammino di perfezione, che definirei di “purificazione”, è cominciato.

In quel fine settimana abbiamo celebrato, per l’ultima volta in modo “normale”, mille attività: oratorio, catechismo, giochi, riunione delle quinte elementari, cena comunitaria, gruppo da fuori ospitato a dormire in canonica, giornata del Pensiero degli Scout, convivenza di un gruppo di Neocatecumenali e tanto altro!

In quel fine settimana ci sfiorava ancora il pensiero di essere tutti troppo di corsa e ci attanagliava la tentazione inconsapevole di sentirci un po’ onnipotenti.

Pochi giorni dopo Mercoledì 26 Febbraio non abbiamo celebrato le ceneri come inizio della quaresima. Anche senza questo “segno”, però, la quaresima è iniziata con il dubbio che un piccolissimo ed invisibile virus ci si fosse avvicinato troppo al punto da cambiare la vita. Niente Messa e niente scuola, ma assieme a qualche dubbio, che non era ancora paura, è passato anche un clima di festa come se fosse il momento della “ricreazione”! Il “carnevale” e la “quaresima” non sono mai stati tanto distinti nella nostra vita, questione di punti di vista.

La ricreazione è finita Domenica 1° Marzo, prima di quaresima, quando abbiamo “recuperato” le ceneri lasciandole cadere sul capo delle poche persone in chiesa. Era l’ultima volta che ci è stato permesso di celebrare “a porte aperte”, ma già la paura aveva chiuso parecchie porte tanto che i bambini in chiesa saranno stati cinque o sei. Era la domenica delle Tentazioni di Gesù, le stesse prove che, da lì a poco, abbiamo capito essere nostre. Quelle ceneri lasciate cadere sulla testa indicavano un periodo di penitenza. Il sacrificio di queste settimane non è stato il solito fioretto, ma qualcosa di ben più incisivo: ci siamo visti allo specchio nella verità della nostra condizione umana con pregi e difetti. Quanti sacrifici, anche economici, spariti in pochi giorni. Cosa vogliamo veramente “avere”, cosa veramente ci dà “gioia” e fino a che punto possiamo “decidere” di noi stessi e degli altri? È corretto vivere al di sopra delle nostre possibilità e, alle volte, puntare troppo su ciò che passa? Siamo chiamati a chiuderci per stare bene o ad aprirci per far star bene gli altri? L’avere, il godere ed il potere che abbiamo da chi vengono e per chi sono? Come Gesù abbiamo la possibilità, qualche volta, di pregare con queste parole: “Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto(cf. Mt 4,1-11).

Il Signore non ci abbandona mai. Domenica 8 Marzo, seconda di quaresima, il Vangelo della Trasfigurazione ricordava le tante volte in cui il Signore ci ha fatto pregustare frammenti di paradiso e noi, un po’ inconsapevoli, abbiamo detto: “Signore è bello per noi essere qui” fermiamoci qui! Questo brano si conclude con queste parole di Gesù: “non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti(cf. Mt 17,1-9). Gli assaggi di paradiso che sperimentiamo in terra infatti non devono farci distogliere lo sguardo dal cielo. Solo il Paradiso è la nostra meta e la soglia che tutti dobbiamo oltrepassare è la morte: ecco l’orizzonte della Pasqua che è passione, morte e risurrezione!

Domenica 15 Marzo, terza di quaresima, mi trovavo a vagare in una chiesa deserta, senza acqua benedetta né nelle acquasantiere né nel fonte, non si potevano celebrare battesimi. Nessuna aspersione, mancava l’acqua ma anche le persone, nessuna visita alle famiglie, la benedizione delle case era ormai definitivamente interrotta. A stento, in modo veloce, qualche goccia sulle bare dei defunti che avevo salutato all’ingresso del cimitero. In quella domenica si leggeva il brano in cui Gesù chiedeva dell’acqua alla Samaritana presso il pozzo. Gesù ci diceva: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente(cf. Gv 4,5-42). Non è l’acqua che possiamo dare noi al Signore che ci sazia e nemmeno quella che beviamo in compagnia, sia essa acqua o un caffè al bar o una birra in pizzeria. L’unica acqua che ci disseta è quella che placa la nostra sette di senso e d’eternità. Vogliamo procurarci di quest’acqua? Solo Lui può dissetarci e donarci pace nei momenti d’arsura e di scoraggiamento.

Passa il tempo e Domenica 22 Marzo, quarta di quaresima, il Vangelo ci ha parlato di una guarigione: Gesù dona la vista ad un uomo cieco dalla nascita. Gesù guarisce un ammalato e questo non sa nemmeno chi ringraziare, perché tornando dalla piscina dove era stato mandato non può riconoscere il volto di Gesù. Quante cose in questo tempo di deserto abbiamo visto per la prima volta? Quanti volti, anche di benefattori non conosciamo! Siamo sicuri di conoscere il vero volto di Cristo? Tutto ci sembrava scontato e dovuto, tutto naturale ed immediato, non è più così. Siamo forse anche noi un po’ ciechi dalla nascita, battezzati, cresimati, sposati o preti, ma ciechi? Il Signore ci ha guarito, sta facendo luce e verità. Di questa luce, poi, non sappiamo nemmeno chi ringraziare: “chi è Signore, perché io creda in lui?” chiede il cieco guarito e Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”! Questo è il tempo per aprire gli occhi, forse per la prima volta e dire “Credo Signore(cf. Gv 9,1-41), credo, fa le mille voci, alla tua Parola.

Questo tempo di quaresima o di quarantena non passa mai, in certi momenti ho anche pianto, non dalla disperazione, ma per un po’ di stanchezza, un po’ di solitudine forse o semplicemente per sentirmi meglio. All’inizio mi sono vergognato, non lo avrei detto a nessuno, lo attribuivo a mancanza di fede. Quando Domenica 29 Marzo, quinta di quaresima, ho riletto il versetto del Vangelo di Giovanni che dice: “Gesù scoppiò in pianto” davanti alla tomba dell’amico defunto Lazzaro, mi sono sentito più libero di piangere anch’io. Il pianto e la sofferenza non sono indice di poca fede, ma possono essere parte del nostro linguaggio. Il pianto può comunicare sofferenza, tristezza e amore. Mi sono venute in mente le parole di San Paolo “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.” (cf. Rm 8,35-39). Ho capito che il Signore oltre a Lazzaro voleva rianimare anche me e tutti noi dicendo: “Lazzaro vieni fuori” e poi “liberatelo e lasciatelo andare(cf. Gv 11,1-45). Non basta uscire dal sepolcro, quello dei cimiteri, per la resurrezione eterna, o quello delle nostre case, dove ora siamo rinchiusi. Dobbiamo liberarci dalle bende che ci impediscono di camminare, di vedere e di relazionarci in modo vero.

A fine Marzo quando ormai si capiva che anche le celebrazioni delle Palme e della Pasqua non sarebbero state possibili nel modo consueto mi sono arrivate tante telefonate per avere un rametto d’ulivo benedetto. Sono rimasto colpito dal fatto che pochi mi chiedessero la Messa o la Comunione, dopo quasi quaranta giorni di “porte chiuse”. Molti, però, erano disposti ad un piccolo strappo alla regola per venire a prendere un semplice rametto benedetto. Domenica 5 Aprile, Domenica delle Palme, ho fatto un serio esame di coscienza ed ho riflettuto a tutte le volte che, come chiesa, diamo troppa importanza ai segni con il rischio di perdere le realtà che essi dovrebbero rappresentare. La Domenica delle palme non è la giornata mondiale della pace, non è la festa della colomba che porta un ramoscello d’ulivo nel becco (segno, se volgiamo, dell’arca di Noè di cui parla il libro della Genesi 8,6-12), ma il giorno in cui Gesù è entrato in Gerusalemme per donare la sua vita. Le stesse persone che lo acclamavano re, pochi giorni dopo, lo avrebbero condannato o, perlomeno, abbandonato al suo destino! La lettura della Passione di quel giorno finiva così: “Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia(cf. Mt 26,14-27,66). Chiediamoci se la nostra fede, alle volte, non è una semplice “guardia” davanti ad un sepolcro. Cristo è stato condannato nella più assoluta solitudine, non saprei dire se la sua sofferenza più grande sia stata quella dei chiodi o quella dell’abbandono. In questi giorni di isolamento pur nel rispetto delle leggi dello stato e di quelle igieniche del buon senso siamo sicuri di non aver abbandonato qualcuno? Alcune cose ci sono vietate, ma tante altre sono possibili eppure molti di noi forse stanno scappando o stanno rimanendo alla finestra a gridare: “crocifiggilo”; o a sussurrare: “non lo conosco”.

Nella Settimana Santa appena passata sia io che don Isacco abbiamo sempre celebrato e pregato per voi e per i nostri defunti. Abbiamo celebrato “a porte chiuse” con pochissimi ministri per il servizio e le letture. Ho scelto di non trasmettere con il cellulare o con una telecamera perché non potervi dare la Comunione e non potervi vedere per un reciproco scambio era troppo limitante: come sempre vi ripeto io sono il “presidente” (colui che presiede), ma tutti assieme siamo i “celebranti”. Il nostro Pastore è don Erio e tutti i sacerdoti sono suoi collaboratori nella cura di una porzione del popolo di Dio. Per questo, dopo essermi consultato, ho preferito rimandarvi direttamente a lui e al Papa che avete certamente seguito in TV. Io non ho fatto le ferie, tante telefonate e messaggini, qualche incontro e soprattutto la cura della Caritas, della chiesa e della casa mi hanno molto occupato. Ero, e sono, con voi e come voi.

Giovedì 9 Aprile, Giovedì Santo, alle ore 16.00, per poter poi vedere sia il Vescovo alle 17.00 che il Papa alle 18.00, ho celebrato la S Messa in Coena Domini. Non ho fatto, ovviamente, la tradizionale “lavanda dei piedi”. Mi sono soffermato sulle Parole di Gesù: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». (cf. Gv 13,1-15). La regalità del nostro Signore quindi si mostra e si dimostra nel servizio. Anche in questo particolare periodo, mi sono detto, a cominciare da me che ho delle responsabilità, devo sporcarmi le mani, devo mettermi al servizio e devo e posso rischiare qualcosa per i miei fratelli. Per questo ho condiviso sui social la frase sintetica “Regnare è servire”, rilanciata anche da qualcuno di voi che ricordava il famoso canto del Gen Verde “Servire è regnare”. Io ho invertito l’espressione perché quando ci viene proposto di servire spesso siamo titubanti, un po’ meno quando ci viene proposto un posto di “responsabilità” dove si ha qualche “potere” sugli altri. Solitamente, con tanta umiltà, accettiamo. Per questo è bene ricordare, a tutti noi ai quali non dispiace avere una piccola responsabilità che tale impegno è anzitutto, e alle volte solamente, un servizio! Facciamolo; meno parole (sui social, visto il distanziamento) e più fatti. Che bello, al riguardo, quello che ha detto Papa Francesco.

In questi giorni alcuni di noi hanno fatto la spesa per persone in difficoltà (andando al supermercato per gli anziani o comperando qualche genere alimentare per i poveri), ma fra un mese o un anno gli anziani non torneranno giovani e sarà sempre faticoso, per loro, fare la spesa ed i poveri non troveranno immediatamente lavoro e ricchezze. Non sarà forse il caso di continuare ad aiutare le categorie deboli? Il modello di vita che questo virus ci ha imposto potrà rimanere come il nostro nuovo stile di vita per sempre. Sarebbe una grazia!

In questo periodo di sofferenza mi ha colpito quando Padre Rainero Cantalamessa alla celebrazione del Venerdì Santo ci ha detto: “Qual è la prova che un calice non sia avvelenato? È che chi ce lo porge prima ne beva! Così ha fatto Cristo con il calice della sofferenza”. Con alcuni di voi ho già avuto modo di condividere anche altre riflessioni come il fatto di svegliarci dall’illusione di onnipotenza perché questa quaresima e questa Pasqua ci hanno dato l’occasione di percorrere un esodo dall’esilio dalla coscienza: ci siamo ricordati di essere mortali, non è poco! “L’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono” ci ricorda la finale del Salmo 48.

La Via Crucis serale animata da riflessioni provenienti dal mondo delle carceri, che anni fa io stesso prima come volontario (a Roma) e poi come cappellano (ad Iglesias) ho frequentato, non mi ha lasciato indifferente. Possiamo, anche noi, fare qualcosa?

Sabato Santo pensavo al sepolcro e lo associavo alle nostre case ed alle nostre coscienze. Le case in cui ci siamo dovuti rinchiudere sono diventate quasi i nostri sepolcri tanto che non vediamo l’ora di “uscire di casa”. Ci mancano forse delle comodità? Non abbiamo forse divani e televisori per tutti? Abbiamo finito i “giga” del cellulare per scaricare immagini o film? Ci manca il cibo per “la prova del cuoco”? Quello che cerchiamo non è una casa migliore, ma l’incontro con gli altri! Qual è allora la vera ricchezza? La condivisione di quello che abbiamo con gli altri, il non chiuderci nell’egoismo: i figli sono la vera ricchezza, i nostri genitori, i famigliari, i vicini di casa. Solo chi sa perdonare potrà veramente uscire di casa ed essere libero, perché né la prigionia, né la fuga perenne sono la vita a cui siamo chiamati!

BUONA PASQUA

Carissimi il nostro Vescovo don Erio ha scritto “la Pasqua quest’anno avrà il sapore di un annuncio autentico ma non trionfante. (…) del resto anche i discepoli e le donne, pur avendo visto la pietra rotolata via e la tomba vuota e udito l’annuncio della risurrezione di Gesù, hanno continuato per alcune settimane, fino a Pentecoste, a provare timore, spavento e paura (cf. Mc 16,8; Lc 24,37) e a nutrire dubbi (cf. Mt 28,17; Lc 24,11.23-24.38; Gv 20,25) stentando perfino a riconoscerlo”.

Il Giorno di Pasqua le donne ed i discepoli al vedere la tomba vuota restano frastornati perché provarono certo una grande gioia, ma non priva di dubbi (e se qualcuno avesse portato via il corpo di Gesù?) e di paura per i “nemici di Gesù” (e se adesso ci vedessero e venissero a perseguitare anche noi?). Questo “camminare” e, al tempo stesso, “stare fermi” ci potrebbe insegnare anche a “muoverci con maggiore rispetto” di noi stessi, degli altri, della creazione e di Dio.

La creazione, per esempio, questo mondo a noi affidato, va maggiormente rispettata. Da quando ci siamo un po’ “fermati” sembra risolversi il problema del buco nell’ozono, dell’inquinamento dei mari, a Venezia le acque brulicano di pesci (cf. Gn 1,1-31). Persino gli animali si sentano più a loro agio (chiuso l’accesso ai visitatori a causa dell’emergenza coronavirus, nello zoo di Hong Kong, i due panda giganti, finalmente soli, si sono accoppiati).

Quest’anno, forse come non mai, abbiamo vissuto la quaresima e la Pasqua in un modo speciale, abbiamo ora l’occasione di celebrare in modo autentico anche la Pentecoste, il trentuno di Maggio. Carissimi, il cammino spirituale non viene “prima” di quello materiale, ma nemmeno viceversa. Né il corpo n’è l’anima, in noi, possono sussistere in modo indipendente ed è per questo che crediamo nella resurrezione dell’anima e del corpo.

In questo periodo in cui tante cose non possono essere fatte, certo non possiamo trascurare la cura del nostro corpo (senza ammassarci ai supermercati) e dell’anima. Un mio caro professore di teologia ci ripeteva: “non siamo un tubo digerente”. Gesù, Maria e Giuseppe, la sacra famiglia, in definitiva, è / sono il modello dell’uomo vero! Camminiamo con fede e chiediamo, su tutti noi, una nuova effusione di Spirito Santo.

Questa Pasqua deve insegnarci a difendere la vita. Stiamo tanto combattendo contro il covid19 e contiamo i morti che, direttamente o indirettamente sta causando, ma forse non abbiamo ancora sufficientemente tolto le bende che ci impediscono di contare anche i morti causati dalle guerre in corso, i morti generati dalla fame e caduti in terra o annegati in mare, i morti uccisi dall’egoismo negli aborti.

Il cammino di Quaresima che avrà pieno compimento nella celebrazione della Pentecoste, il 31 Maggio, passa sicuramente attraverso questa Pasqua. Molti, in queste ore, ci hanno ricordato il significato di questa parola di origine ebraica che vuol dire pressappoco “passaggio”. Chiedo a noi cristiani di non svilirne il senso. Non è il passaggio da una malattia alla guarigione, dalla disoccupazione al lavoro, dal “restiamo a casa” all’“andiamo tutti fuori” e non è nemmeno un semplice incoraggiamento da pacca sulla spalla: “coraggio passerà”. La Pasqua che stiamo celebrando noi cristiani è celebrazione della Risurrezione di Gesù come primizia di tutti noi. Gesù è morto in questa vita ed è risorto nella vita eterna del Paradiso. Nessun altro passaggio ci è sufficiente per donarci pace interiore, forza morale e gioia profonda se non quello dalla resurrezione di Gesù. Questa è la nostra Fede, questa è la forza che anima la nostra Carità, questa, come ci ha ricordato Papa Francesco (Omelia nella Veglia Pasquale), è la Speranza che non ci sarà mai tolta (attesa di una certezza, il “già e non ancora”, in termini teologici).

Vi saluto che le ultime parole dell’Omelia del nostro Vescovo, don Erio, alla celebrazione di ieri sera: “Resta con noi Signore perché abbiamo capito che non sei un Dio che ci salva dalla croce, ma che ci salva nella croce … sei l’Unico che, in questo mare di parole terrene può dirci Parole di vita eterna!

Buona Pasqua donP

P.S. Ci sono e, finché Dio vuole, ci sarò sempre per camminare assieme a voi.

Maranello – 13/04/2020